prende
in esame i racconti di Kafka tracciando, ove necessario, un
parallelo con alcuni punti ripresi dalle opere autobiografiche, soprattutto
dai Diari - nella constatazione che esiste un parallelo, nemmeno
troppo nascosto, tra alcuni momenti ed eventi della vita dell'autore
e i contenuti oggetto della sua letteratura.
Il
mistero che da sempre circonda i testi kafkiani ha per un verso avuto
l'effetto di mitizzare l'autore contribuendo a tener desto l'interesse
intorno a lui, ma ha rappresentato anche un ostacolo - che spesso
si frappone ai tentativi di approfondimento dei suoi testi.
Come
se varcare quel limite fosse un affronto, come se Kafka dovesse essere
'kafkiano' a tutti i costi.
In
Italia è prevalsa una tendenza critica di tipo filosofico,
a mio avviso troppo generica: essa non tiene nella dovuta considerazione
l'elemento base della sua opera, la parola, che in questo autore ha
una pregnanza del tutto particolare. E' da essa che si può
e si deve ripartire per tentare altre vie, altri possibili approcci.
Ho
letto Kafka cercando di far risuonare dentro di me l'eco delle sue
parole, e ponendomi delle domande, e queste mi hanno a poco a poco
indicato una traccia, svelato una strada. L'interpretazione che ne
ho tratto, e di cui ho poi cercato conferma negli episodi della sua
vita, scaturisce da quello che è l'elemento centrale e l'essenza
stessa della letteratura: la parola, l'allusione e la mimesi di cui
è fatta.
Accanto
a ciò una scoperta - di cui non ho trovato traccia in nessun
altro studio: i dati biografici hanno fornito supporto e conferma
a quanto qui disvelato nei testi letterari - la retrodatazione della
sua malattia al 1902-1903 - molto prima di quel 1917 a cui la si fa
comunemente risalire.
Presente
fin dai suoi primi tentativi artistico-letterari essa getta nuova
luce sulla genesi e sul significato dei suoi testi, e consente
spiegazione di molti lati misteriosi e oscuri della sua scrittura,
che alla luce di ciò appaiono ora meno lontani e inaccessibili.