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Kafka: vita e opere --- la metamorfosi --- relazione per un'accademia

 

ELISABETTA BERTOZZI

 

FRANZ KAFKA.
LA
SCRITTURA IMMANENTE

 

presentazione/acquista

 

"Dove - nelle lettere e nei diari di Franz - parla l'angoscia, si tratta di un'angoscia motivata: l'angoscia di un uomo gravemente malato, che già nei suoi giovani anni sa che non può guarire, che è perduto"
(Max Brod, Il Circolo di Praga, Roma, 1983, ed. e/o, p. 90).

 

INTRODUZIONE

 

Ho scritto queste pagine senza la presunzione di esaurire l'esame della tematica kafkiana, e senza volermi sovrapporre alla critica già esistente, dato che ho considerato l'opera di Kakfa da un punto d'osservazione molto particolare. Ho infatti posto l'accento sulla motivazione intrinseca della sua scrittura, tralasciando elementi esistenziali e culturali in essa presenti, e trovando interessante mettere in luce un particolare punto di vista emerso a poco a poco dalla lettura dei suoi racconti [1].

Ciò che ho ritenuto utile considerare è il rimando esistenziale della scrittura kafkiana, che nasce e si svolge come una letteratura immanente alla vita, anche se ad un primo impatto può apparire opera di mero esercizio intellettuale.
La critica - divisa tra moduli interpretativi di tipo psicanalitico, metafisico, esistenzialistico e altri per la difficoltà d'interpretazione dovuta ad un'effettiva scissione tra la forma e il suo contenuto [2] - non ha finora potuto univocamente individuare in quel mondo di cifre, simboli e metafore un rimando significativo che a mio avviso va ricercato nell''Erlebnis' dell'autore.

E' così sull'elemento soggettivo, anzi, su un particolare elemento soggettivo che ho concentrato la mia attenzione, considerando la malattia da cui era affetto e di cui morì nel 1924, cioè la tubercolosi polmonare [3], come punto centrale della sua esperienza e motivo ispiratore fondamentale della sua opera, agente dall'interno dell'essere [4]. La malattia è stata da me esaminata nei suoi sintomi, che gettano riflessi - non mediati - sulla sua narrativa e diventano elementi costitutivi di base determinanti nessi intrinseci dell'invenzione letteraria e costituiscono il senso, sempre supposto e mai trovato, della sua scrittura, rilevato ora non tanto all'interno del mondo dei significanti, ma di quello dei significati; del contenuto e non semplicemente della forma, spesso assurta a significato essa stessa per la difficoltà di ricostruire e riconoscere la genesi dell'opera kafkiana [5]. Ho ribaltato così questa ipotesi mostrando come nell'opera di Kafka sia presente, in modo chiaro e non semplicemente "allusivo" [6], il mondo dei significati.

Non ho invece preso in considerazione altri importanti aspetti culturali - tra questi il suo contrastato rapporto con la cultura ebraica e con la vita intellettuale di Praga - che hanno senz'altro influito sulle sue scelte tematiche e formali ma che sono posteriori rispetto alla necessità vitale della sua scrittura.


Ciò che ha stimolato la mia curiosità è stata la complessità delle figure della sua opera, ma anche la particolare attrazione esercitata dal linguaggio, apparentemente sempre sul punto di svelarci un mistero che non si svela mai.

 

Il riflesso prodotto dal gioco di specchi in cui la sua realtà di volta in volta si trasforma o deforma, attraendo o respingendo la nostra curiosità, mi suggeriva l'idea di un qualcosa in parte voluto da parte dell'autore e la sensazione che tra le righe della sua opera il mistero potesse anche essere stato svelato, ma la sua comprensione finora preclusa.
Kafka, nel caso abbia effettivamente voluto stabilire una specie di gioco col lettore, avrebbe avuto l'abilità di seminare tracce senza mai svelare la strada, di frammentare i suoi argomenti senza permetterci di raccoglierli e interpretarli in un significato compiuto. Non meno attraente è il gioco del suo linguaggio che pone la domanda relativa all'uso di uno stile asciutto ed essenziale [7] per esprimere verità tanto personali e una sensibilità così sottile, e la sensazione che possa trattarsi di un tentativo di prendere delle distanze [8]. Ma da cosa?

E ancora mi sono chiesta come mai Kafka tenti questo gioco di seduzione col suo lettore e perché la sua scrittura sia stata per lui così importante. Che la sua opera abbia un valore introspettivo appare evidente se superiamo il primo forte impatto che le sue figure provocano, e il senso di disagio e di disorientamento che ne possiamo ricavare. Restare troppo legati alla forma e alle immagini può trarre in inganno, essere avvincente ma solo in superficie.

 

Non è d'altra parte necessario, per ora, chiedersi quale sia il loro significato filosofico, o se ne abbiano uno. Le immagini della letteratura kafkiana non vanno interpretate come un mondo concluso e impenetrabile, a saperle ben leggere esse costituiscono l'espressione di un "mondo interiore" [9] che, per essere così personale, particolare e diverso dalla normale esperienza della vita e del mondo, si configura come "incomunicabile"[10] - in base al senso comune - intraducibile in parole, e perciò codificabile solo attraverso un mondo di simboli e metafore [11] che consentono di esprimere l'interiorità senza esporla al rischio di venire incompresa o fraintesa, o eccessivamente esposta al giudizio altrui.


Ne consegue l'ovvia considerazione che la sua opera sia stata qualcosa di ben diverso da un esercizio poetico-letterario e vada considerata come espressione del suo modo di vivere e di collocarsi nel mondo, di approccio alla vita e di esperienza della realtà.


Così il racconto La verità intorno a Sancho Panza illustra come nascono le creazioni fantastiche della sua letteratura. Il protagonista dice che scrivendo di notte (abitudine che era propria di Kafka) egli dà forma narrativa al suo "diavolo" (Don Chisciotte) [12], ai suoi pensieri e ai suoi incubi, i quali vengono "allontanati da sé" ed assumono vita autonoma, compiendo le gesta più strane, ma senza fare "del male a nessuno". Queste figure nascono quindi dall'immediatezza di un pensiero o di una sensazione, subiscono un processo di 'costruzione' consapevole che le rende di difficile decodificazione e vengono "allontanate" dall'autore e rese autonome, dando vita ad una storia che trae origine dal loro senso immediato. Mentre dapprima esse, generate dalla fantasia e dall'immaginazione, hanno valore simbolico o metaforico in riferimento all'esperienza interiore [13], assumono poi il significato diretto contenuto nel loro nome o nella loro immagine, ed è questa loro caratteristica che confonde le idee al lettore. Ciò che conta ai fini dell'interpretazione è quindi sia trovare la 'chiave' del pensiero iniziale che le ha prodotte, sia rispettare la creatività artistica che le ha poi trasformate [14].

Kafka aveva espresso la necessità vitale della sua scrittura nelle prime pagine dei suoi Diari: "Scrivo queste cose certamente perché dispero del mio corpo e del mio avvenire con questo corpo" [15]: la letteratura come supporto alla vita. Ne indagherò il motivo in seguito, ma in questa frase egli introduce un tema fondamentale: la letteratura come esigenza vitale nell'ambito di una disperazione esistenziale che esperisce una sorta di 'insufficienza fisica' - espressa altrove come incapacità del corpo a "sostenere" i momenti della vita.
Qui Kafka indica con chiarezza una causa fisica ad origine delle sue problematiche. Espressioni del genere sono per altro frequenti nelle pagine dei Diari.
In data 19 gennaio 1911 si legge: "Siccome sembro finito dalle fondamenta (nell'anno scorso non mi sono svegliato per più di cinque minuti), dovrò ogni giorno o augurarmi di essere lontano da questa terra o, senza potervi scorgere neanche la più modesta speranza, dovrò ricominciare da capo e da bambino" [16].
L'insufficienza del suo corpo a reggere la vita porta come conseguenza psicologica la sensazione di non avere un futuro, e la necessità di ricominciare ogni giorno quasi daccapo, a meno che non si riesca ad estraniarsi da questo mondo i cui confini, la cui realtà e la cui percezione sono oggetto di un processo di "dissoluzione" [17] che ne impone una continua rielaborazione e tentativo di restaurazione. E' come un crollo emotivo e percettivo continuo (nel mondo di Kafka gli alberi crollano e se ne sente il fragore da lontano) che lo mette in condizione di dovere ricostruire ogni giorno ciò che si è appena spezzato. Ciò crea la sensazione di appartenere ad un mondo diverso e in negativo rispetto alle forme e ai modi in cui si svolge normalmente la nostra vita. Esistono nell'universo kafkiano "due mondi", due "realtà" [18], esemplificate nella metafora degli orologi [19], in cui il "mondo interiore" non riesce a tenere il passo con quello esterno, il cui ritmo sfugge e costringe a prendere la rincorsa, tentare di avvicinarsi per poi abbattersi di nuovo nell'impossibilità di raggiungerlo.


Tra questi "due mondi", nella constatata impossibilità di adeguarli l'uno all'altro, esiste una sfasatura [20] per cui egli tende nel corso della sua vita ad adeguarsi sempre più solo al proprio ritmo interiore, restando a poco a poco escluso dalla vita come quasi tutti i suoi personaggi. La domanda da porsi allora è: cosa allontana Kafka dal mondo esterno?


Per ora apprendiamo che lo stato di sonnolenza in cui si trova costantemente già di per sé lo allontana dal mondo: quali possono essere allora le reazioni della mente e dello spirito a questo stato di cose?
La tentazione attuale è quella di estraniarsi, ma l'altra possibilità è quella di cercare di conciliare o, almeno, di indagare i suoi "due mondi": la sua creatività poetica gli venne in aiuto, la letteratura gliene offrì occasione. Nella sfasatura tra i "due mondi" vi fu spazio per il nascere della sua scrittura, la quale aveva al contempo una funzione di aiuto esistenziale:

Kafka scriveva per sentirsi vivo, per non crollare nell'abisso, per contrastare la "dissoluzione" del corpo, e la disperazione conseguente.


E così nel mondo kafkiano la scrittura è parte integrante e inscindibile della vita, e l'essenzialità dello stile è sia espressione di una vitalità diventata simbolo o segno, sia necessità di oggettivare sensazioni che non si possono esprimere in termini comuni.
Al di sotto del segno però resta sempre la vita, la vita ineffabile di Kafka, di cui la scrittura non annulla emozioni o sentimenti, per quanto particolari essi siano
.

 

 


[1] Questo è comunque un solo taglio possibile dell'opera kafkiana, certamente non esaustivo della sua problematica. Tutto quanto attiene ad esempio al suo rapporto con la tradizione letteraria e con gli autori da cui ha attinto forme e figure non è tema di questo saggio e viene solo fuggevolmente accennato. Lo stesso dicasi del suo rapporto con l'ebraismo, da cui ha preso motivi da lui poi rielaborati. (su)


[2] "Die Form ist nicht der Ausdruck des Inhaltes, sondern nur sein Anreiz, das Tor und der Weg zum Inhalt" scrive Fritz Martini (Das Wagnis der Sprache, p. 307) riportando Janouch. Tale osservazione è la prima evidente constatazione di chiunque, lettore o critico, si accosti alla narrativa kafkiana, e il punto principale su cui s'innesta il tentativo d'interpretazione delle sue opere. E' anzi ciò che maggiormente stimola alla sua interpretazione e che ha determinato le più svariate conclusioni. Lukács ad esempio dice che il mondo letterario di Kafka è "allegoria di un trascendente nulla" (Il significato attuale del realismo critico, p. 60), mentre W. Emrich osserva che non è possibile trovare un senso determinato di tipo filosofico religioso o concettuale al di sotto delle sue forme (Franz Kafka, p. 77) cosicché non si tratterebbe né di parabole né di allegorie intese in senso classico, poiché queste hanno sempre un chiaro riferimento interpretativo.
Hanno parlato di "allegoria" Lukács (op. cit. p. 44) e Adorno (Appunti su Kafka, p. 250); Norbert Fürst parla di "allegoria" a proposito dei romanzi (Die offenen Geheimtüren Franz Kafkas, p. 17, 21) e di "parabola" a proposito dei racconti (ivi 7-8), ma il primo che parlò di "parabola" fu Benjamin (Kafka per il decimo anniversario della sua morte). Max Brod considerando la particolare pregnanza della lingua kafkiana parla di simbolo, perché "il simbolo sta contemporaneamente sui due piani, su quello che esso indica per allusione e sul piano oggettivamente reale" (Kafka, p. 176), mentre Ladislao Mittner parla di un "simbolismo assurdamente indecifrabile" (Kafka senza kafkismi, p. 263) compresente al realismo della narrazione, in cui il realismo estremo di una realtà incomprensibile si fa simbolo della sua stessa indecifrabilità. Talora questi simboli hanno un senso immediato, ma la loro vera origine e intenzione va oltre, e resta oscura. Günther Anders dice che Kafka non possiede la "fede comune" che è alla base del simbolo, ma ha a sua disposizione solo la dimensione del linguaggio, dal cui "carattere figurativo" egli attinge prendendo "in parola le parole metaforiche" (Kafka Pro e contro, p. 55), facendone il senso della propria narrativa, trasformando cioè le immagini della lingua in racconto. Le sue immagini quindi non sarebbero pure invenzioni, ma estrinsecazioni di espressioni già esistenti nella lingua, nel suo senso figurato, col quale Kafka crea le sue metafore. Baioni infine parla sia di simbolo (Kafka. Romanzo e parabola, p. 25) che di allegorie e metafore (ivi 19, 240) propendendo per queste ultime. Ma in sostanza il problema di cosa si nasconda dietro tali figure, e se vi si nasconda qualcosa, non ha trovato una risposta universalmente accettata. Fritz Martini nega la possibilità in Kafka tanto dell'allegoria quanto del simbolo, poiché quest'ultimo indica una "Einheit von Ding und Welt, Ich und Welt" (op. cit. p. 321) in lui non più presente. Il simbolo si è trasformato in "bildhaftes Zeichen" (ivi 322) per la perdita del suo valore universale.(su)


[3] Negli ultimi anni la malattia si era estesa alla trachea. (su)


[4] Ho trovato tracce di un'interpretazione in chiave di malattia nelle introduzioni di Alberto Spaini al "Processo" e ad "America". Egli, con notevole capacità intuitiva ed interpretativa, vede la condizione di Josef K. simile a quella di chi si ritrova improvvisamente ammalato e ne coglie la somiglianza di stati d'animo, ma senza descriverne sintomatologia o origine. Ma soprattutto chi più di ogni altro individuò il tema della malattia nell'opera kafkiana (limitatamente tuttavia al "Processo") fu Norbert Fürst. In "Die offenen Geheimtüren Franz Kafkas" egli ne ha fornito una convincente e puntuale analisi di tipo testuale, che ha consentito di rilevare in quel romanzo tanti precisi riferimenti alla malattia, individuati non più su base meramente intuitiva, ma disvelando il significato allusivo delle figure e di tanti particolari presenti nell'opera. In questo saggio indirizzo invece la mia interpretazione ai racconti, a mio avviso i più significativi e chiarificatori rispetto a tale tematica. Spero inoltre di essere riuscita a dimostrare questa teoria dal punto di vista biografico, dato che la storia della vita di Kafka documenta l'insorgere della malattia, e della relativa problematica, fornendone precise indicazioni temporali.
Lascia aperto un dubbio in tal senso, sempre a proposito del "Processo", Marthe Robert (Solo come Kafka, p. 163), e anche Mittner individuò in esso tracce di tale tematica (op. cit. p. 283). Vi è inoltre Pietro Citati che osserva a proposito della "Metamorfosi" che "la madre e la sorella hanno, per lui, l'insofferenza che si può avere per un congiunto colpito da una malattia incurabile…" (Kafka, p. 72). (su)


[5] E' la tendenza della critica "immanente all'opera", che ricerca il "significato" delle immagini kafkiane nelle immagini stesse. Emrich afferma: "Die Bilder und Aussagen Kafkas sind doch das "Eigentliche" selbst. […] Jedes Wort und jedes Bild meint in der Tat sich selbst freilich in einem Sinne, der sich erst in der Synthesis aller Teile des Werkes erschließt" (Franz Kafka, p. 78). Baioni tende ad un superamento di tale posizione critica ricercando "l'origine" e "l'intenzione" (Kafka. Romanzo e parabola, p. 12) della scrittura kafkiana. (su)


[6] Gli otto quaderni in ottavo, p. 724. (su)


[7] Kafka sembra utilizzare una procedura stilistica utile a spogliare gli oggetti di ogni connotazione, o commento, sentimentale o anche solo emotivo, per potere, prendendone le distanze, meglio studiarne la natura o per farli oggetto di speculazione intellettuale e/o esistenziale. E' la domanda relativa all'essenza, alla natura e all'origine di ciò che ci circonda ciò che questo linguaggio sottende.
Klaus Wagenbach spiega il linguaggio di Kafka come personale reazione alle tendenze barocche dello stile letterario praghese dell'epoca (Kafka. Biografia della giovinezza, p. 73 e segg., Kafka, p. 57-58). (su)


[8] Dice a proposito Fritz Martini che i racconti sono un modo d'incontrare se stesso mantenendo al tempo stesso la distanza (Das Wagnis der Sprache, p. 308), opinione condivisa da Karl-Heinz Fingerhut che considera le figure kafkiane "proiezioni" di se stesso (Die Funktion der Tierfiguren im Werke Franz Kafkas, p. 272). (su)


[9] Cfr. Fingerhut, op. cit. p. 271 e Baioni, op. cit. p. 13. Vedi in Diari, p. 605 la metafora dell'orologio come rappresentazione del mondo "interiore" e del mondo "esterno". (su)


[10] Gli otto quaderni in ottavo, p. 742. Cfr. Baioni, op. cit. p. 20. (su)


[11] E' il significato inafferrabile dei suoi scritti ciò che fa supporre un substrato incomprensibile in termini comuni. Cfr. Emrich, Franz Kafka, p. 77. Baioni osserva che "Il mondo interiore che può essere solo vissuto ma non descritto [...] è anche la giustificazione della sua poetica della quale determina i modi e le forme" (op. cit. p. 15), mentre Lukács osserva che l'allegoria è la forma più consona ad esprimere la "scissione del mondo", lo "sfacelo del mondo dell'uomo" proprio delle avanguardie a testimonianza dello sfacelo della società borghese (Il significato attuale del realismo critico, p. 44), ma nota anche il realismo delle descrizioni di Kafka, nonostante tutto (ivi 47), che renderebbe tuttavia solo una "trascendenza" rappresentante il "nulla" (ivi 49).
Kafka in realtà non rappresenta una realtà simbolica o immaginaria, ma la sua vera realtà interiore.

Adorno è tra gli studiosi quello che più mostra una sorta di rispetto per il nostro autore, rifiutandosi di incasellarlo nella categoria di "testimone del tempo" o della condizione umana - a suo avviso riduttiva - in polemica con quella che considerava una semplificazione in funzione di un concetto filosofico o sociologico. Critica il concetto di "simbolismo realistico" (Appunti su Kafka, p. 250) che gli viene ascritto e dice che Kafka non è simbolico, non essendovi in lui l'immediato trapasso in un significato. Per questo preferisce parlare di "allegoria" (la "parabola" di Benjamin, una parabola di cui ci è stata sottratta la chiave - ibidem). Molto interessante è che egli proponga una specie di rispetto e considerazione per il testo, dato che: "Ogni proposizione è letterale, ogni proposizione è significante" (ibidem). Rifiuta quindi filosofemi di vario genere e consiglia di "prendere tutto alla lettera, non sovrapporre al testo concetti dall'alto. L'autorità di Kafka è l'autorità dei testi" (ivi 252). Sul metodo di lettura: "Ma il lettore deve comportarsi con Kafka come Kafka con i sogni. Deve cioè insistere sui particolari incommensurabili, e impenetrabili, sui punti ciechi. Il fatto che le dita di Leni [N.d.R. nel "Processo"] siano unite da una membrana o che gli esecutori abbiano l'aspetto di tenori, è più importante degli excursus sulla legge" (ivi 253). E' un metodo che io stessa ho seguito, tentando di rilevare i "punti cruciali" del discorso narrativo kafkiano. (su)

[12] La verità introno a Sancho Panza, p. 387. (su)

[13] Osservazione che è pure di Fingerhut (cfr. Die Funktion der Tierfiguren im Werke Franz Kafkas, p. 273), che la interpreta in relazione all'esperienza estetica di Kafka. Egli cita anche M. Robert e l'analoga opinione di F. Martini (Das Wagnis der Sprache, p. 300). A mio parere tuttavia, a parte questo racconto, Kafka affronta la propria esperienza interiore in senso esistenziale più che estetico. Sembra pensarla così Pietro Citati, che intende le sensazioni descritte da Kafka - e i suoi personaggi stessi - riferite all'autore (Kafka, p. 16, 28, 62).
Interpretazione simile alla mia sul rimando significativo di questo racconto è contenuta a p. 277 del testo di Fingerhut. (su)

[14] A proposito del "metodo" di Kafka scrive Adorno (e sembra autorizzare il taglio interpretativo da me dato a questo racconto): "Talora le parole, specie le metafore, si staccano dal contesto e acquistano un'esistenza propria. Josef K. muore "come un cane", e Kafka riferisce le indagini di un cane" (Appunti su Kafka, p. 252). Aggiunge Wagenbach. "La parola, specialmente quella più rara, è presa senz'altro alla lettera, svelando il suo significato primitivo. Questo 'prendere alla lettera' il fenomeno linguistico è chiarissimo nell'opera di Kafka" (Kafka. Biografia della giovinezza, p. 86). "Quale diretta causa dell'associazione dell'immagine, la parola ha un'importanza preminente" (ivi 87). Penso che proprio così si possa intendere il significato del racconto in esame, testimonianza di un metodo di scrittura. Che esso abbia riferimenti autobiografici lo suggerisce la lettera del luglio 1922 a Max Brod contenuta in: Wagenbach, Kafka, p. 83 in cui Kafka dice che lo scrivere "è la ricompensa per un servizio del diavolo", intendendo con ciò i suoi incubi notturni: "Questa discesa alle potenze della tenebra, questo scatenamento di spiriti legati per natura, i problematici amplessi e tutto quanto può avvenire laggiù, di cui qua sopra non si sa nulla quando si scrivono racconti alla luce del sole. Forse esiste anche qualche altro modo di scrivere, ma io conosco soltanto questo; di notte, quando la paura non mi lascia dormire conosco soltanto questo. E il suo lato diabolico mi sembra chiaro". Nella stessa lettera indica come funzione della sua scrittura quella di impedirgli di sfociare nella pazzia.
Che egli confronti le sue figure a Don Chisciotte lo si può spiegare sia col fatto che questi era un personaggio allegorico, come lo sono i personaggi di Kafka, che con l'evidenza del carattere puramente fantastico e irreale delle sue imprese. Sancho Panza era invece colui che, avendo mantenuto il senso della realtà ed una saggezza (popolare) di fondo, continuamente lo richiamava a questa. Kafka-Sancho Panza conoscerebbe quindi il valore fantastico e allegorico ed il vero rimando dei personaggi da lui creati, e sembra dichiararlo in questo racconto. (su)


[15] Diari, p. 119. (su)


[16] Diari, p. 151. La sonnolenza, legata alle sue condizioni di salute, è da lui spesso descritta. Per tale fenomeno cfr. nota 30 cap. I. (su)


[17] Lukács parla di "dissoluzione del mondo", parallela alla "dissoluzione dell'uomo", come caratteristica principale delle avanguardie, conseguente alla condizione di interiore "isolamento" dell'individuo nella declinante società borghese (Il significato attuale del realismo critico, p. 27). Di "dissoluzione" parla anche Baioni (Kafka. Romanzo e parabola, p. 31). (su)


[18] Tale contrasto è indicato da Kafka stesso, che nella lettera a Felice scritta tra il 19 e il 20-3-1913 scrive: "Da qualche tempo però io non rispondo più alle domande, non scrivo più cose reali, appunto perché questa irrealtà mi vuole oscurare la più bella realtà e io devo cercare di scacciarla mediante i miei scritti" (Lettere a Felice, p. 299). Qui egli dà una traccia per comprendere il supporto intellettuale e l'ausilio esistenziale che lo scrivere costituiva per lui, offrendogli la possibilità di contrastare il "senso d'irrealtà" provato. Si comprende fin da ora come la vita e il mondo, o la loro percezione, si collocassero su due diversi livelli. Conservare il senso della "realtà" fu una delle funzioni che lo scrivere esplicava per lui.
Il concetto "altra realtà", alluso da Kafka, è usato da Baioni (op. cit. p. 242), mentre il concetto di "due mondi" è introdotto da Kafka stesso (Diari, p. 605, 608 e 618). Baioni, rilevando che la "frattura" tra il soggetto e il mondo esterno lascia intravedere un' "altra realtà", coglie uno dei punti fondamentali della tematica kafkiana. Max Brod invece lo afferma in senso religioso: "Il perpetuo malinteso fra l'uomo e Dio spinge Kafka a rappresentare più volte questa sproporzione sotto l'aspetto di due mondi che non si possono mai comprendere fra loro" (Kafka, p. 159). Emrich, rimandando anche alla tesi di Martin Walser (Beschreibung einer Form, p. 75-78), dice a proposito del "Cacciatore Gracco": "Das ist das Modell aller Erzählungen und Romane Franz Kafkas: die zwei Welten, die sich einander nicht verständlich machen können" (Franz Kafka, p. 15) per la contrapposizione dell'individuo all' "universelle Allgemeine" (ivi 16). Tauber riconosce una "doppiezza" dell'esperienza kafkiana, divisa tra l'interiorità e l'esterno (Franz Kafka, p. 204) e nota simile 'cesura' nella prosa del "Processo", che lascerebbe intravedere la drammaticità dell'esperienza personale di Kafka, e scrive: "Aus Bruchstücken einer Welt setzt sich eine neue Wirklichkeit zusammen, die das Ich fremd und drohend umstellt" (ivi 84).
A mio parere si tratta di un fenomeno basilare in Kafka - da me considerato come fenomeno di origine organica, con immediati riflessi sul piano psicologico-esistenziale. Poiché ritengo che, inteso in questo senso, possa chiarire gran parte della poetica kafkiana, userò per esso il termine 'altra' o 'seconda dimensione' o, secondo la terminologia kafkiana, "altro mondo". (su)


[19] Rinuncia!. In Diari, p. 605 troviamo invece: "Gli orologi non vanno d'accordo, quello interiore corre a precipizio in un modo diabolico o demoniaco o in ogni caso disumano, mentre quello esterno segue faticosamente il solito ritmo. Che altro può accadere se non che i due diversi mondi si dividano?". Il ritmo interiore, qui diversamente dal solito più veloce di quello esterno, è dovuto alla frequente tachicardia ed alla nevrosi cardiaca dei soggetti tubercolotici. (su)


[20] Anders parla di "insanabile discrepanza tra soggetto e mondo" (Kafka. Pro e contro, p. 37). (su)

 

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