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Remigiusz Grzela
Le stigmatizzate
Stesso appartamento.
LEI siede alla
scrivania. Scrive. La FIGLIA
guarda dalla finestra. Bussano alla porta.
LEI: Chi c'è?
Va ad aprire, piccola.
FIGLIA va alla porta.
LEI
segue la FIGLIA.
Aprono insieme la porta.
Davanti alla porta c'è la donna della trasmissione.
LEI: Non vogliamo
comprare niente.
PSICOLOGA: Io non ho niente da vendere.
LEI: Chi è lei?
PSICOLOGA: Ci siamo conosciute alla radio.
FIGLIA (stupita): Mamma, sei stata
alla radio?
LEI alla FIGLIA: Lasciaci sole, tesoro.
FIGLIA va in cucina.
LEI: Ci siamo conosciute alla radio?
PSICOLOGA: Abbiamo parlato insieme.
LEI (confusa): Come ha fatto a trovarmi
qui?
PSICOLOGA: Per puro caso. Una vicina ha seguito la trasmissione. Quando
sono tornata a casa è venuta da me e mi ha detto: "Conosco la donna
che ha telefonato. E' una che scrive canti jiddish... La conosco, una volta
è stata a casa mia". L'ha riconosciuta dalla voce. Lei ha una voce
molto particolare. L'avrei riconosciuta anch'io se l'avessi sentita parlare
per strada o in un negozio. Nella sua voce si sente
la tragedia
di tutt'un popolo. Mi ha dato il suo nome. Il resto è stato un gioco
da ragazzi.
LEI: Perché è venuta?
PSICOLOGA: Vorrei poterla aiutare. Non ho potuto dimenticare la sua storia.
LEI: Non mi serve aiuto.
PSICOLOGA: Posso entrare?
Mi offre un caffè?
LEI (confusa): Sì, prego.
PSICOLOGA entra in casa. Si guarda intorno. LEI va in cucina. Torna poco dopo col caffè. Sola. La FIGLIA è rimasta in cucina.
PSICOLOGA: Scusi la
mia intrusione. Cerchi di capire. Dovevo farle visita.
LEI: Se lo dice lei
PSICOLOGA: Suo marito - è stato la persona più importante
della sua vita, vero?
LEI: Sì.
PSICOLOGA: Chi era?
LEI: Era un grande uomo. Ci vorrà del tempo prima che si possa
comprenderlo.
PSICOLOGA: Cos'era?
LEI: Per me innanzi tutto un essere umano. Dopo la sua morte ho capito
che era anche uno scrittore. Un grande scrittore.
PSICOLOGA: Volevate un figlio?
LEI: L'abbiamo.
PSICOLOGA: D'accordo. Lei non si è mai rassegnata alla sua morte,
non è vero?
LEI: Ci si può mai rassegnare alla morte?
PSICOLOGA: Me ne vuole parlare?
LEI: Perché?
PSICOLOGA: Perché era una persona interessante.
LEI: Una persona interessante? Era l'uomo più affascinante che
ho incontrato in tutta la mia vita.
Entra la FIGLIA.
FIGLIA: La mamma credeva che il babbo fosse sposato. La prima volta che l'ha visto lui era in compagnia di una donna e di due ragazze. Ma erano sua sorella e le sue figlie. La mamma lavorava in cucina - e il babbo entrò. La mamma puliva il pesce. Il babbo disse: "Mani tanto delicate per un lavoro così cruento".
All'improvviso la FIGLIA dà inizio a una specie di recita e parla in prima persona come se fosse la madre.
FIGLIA: Mi vergognavo tanto. Credevo di sprofondare sotto terra. Mi è piaciuto fin dal primo momento, quando l'ho visto insieme a quella donna e alle due ragazze. Sapevo solo che era laureato. Lo chiamavano dottore. Era alto. Un metro e ottanta. Aveva lineamenti forti e marcati, grandi occhi scuri. Aveva il doppio della mia età, ma non mi sembrava vecchio. Eppure fino ad allora gli uomini di quarant'anni mi erano sempre sembrati vecchi.
LEI non dice nulla. Segue stupita il monologo della FIGLIA. La PSICOLOGA non interrompe.
FIGLIA: Quel giorno
ho chiesto di cambiare lavoro. Aveva ragione lui. Una ragazza come me non poteva
fare un lavoro tanto cruento. Da quel giorno abbiamo sempre parlato molto. Si
meravigliava dei miei studi di ebraico. Le ragazze ebree allora non andavano
a scuola. Io ero stata sempre piuttosto sveglia. Forse questo gli ha fatto impressione,
piccola. Passavamo molto tempo insieme, io leggevo per lui in ebraico, a lui
piaceva molto. Una volta appena conosciuti gli ho letto un capitolo del libro
di Isaia, e lui ha detto: "Lei ha talento. Ha doti da attrice. Perché
non studia recitazione? Ho degli amici che fanno gli attori, sono ebrei di Varsavia,
potrebbero aiutarla. Forse lei conosce qui una buona scuola di recitazione".
Mi parlò molto dei suoi amici - gli attori. Li aveva conosciuti, credo,
nel 1911.
LEI: Basta, bambina.
FIGLIA: Non interrompermi, non interrompermi, mamma. Mi ricordo tutto,
posso raccontare tutto a questa signora.
PSICOLOGA (a LEI): L'ha raccontata spesso a sua figlia la sua
storia?
LEI: Un paio di volte.
FIGLIA: Mi piaceva sentirla parlare del babbo.
PSICOLOGA: E il tuo
vero padre?
LEI: Lui era il suo vero padre! Se ne vada adesso! Ci lasci in pace per
favore!
FIGLIA: Mamma, parlale del babbo. Racconta.
LEI: Lei deve andar via, vero? Non voglio trattenerla.
PSICOLOGA non si muove. Non ha intenzione di andarsene.
FIGLIA: Mamma, posso
raccontarlo io. Vorrei che lei rimanesse. E' così raro che abbiamo ospiti.
LEI: Io però non sono d'accordo.
FIGLIA: Non dava l'impressione di un uomo malato, o d'indole malinconica.
Al contrario. Era allegro, divertente, attento a tutto quello che aveva intorno.
Era un attore nato, non solo per come parlava. Ricordo gli accenti e i ritmi
delle sue parole, e so riconoscere qualunque cosa scritta da lui. Si vedeva
che aveva talento, perché sapeva improvvisare una gran quantità
di battute spiritose, per farmi ridere. Non amava le sorprese. Quando riceveva
una lettera faceva sempre una gran scena. Copriva con la busta il foglio e poi
scopriva millimetro per millimetro ogni riga, come fa un giocatore di poker
quando scopre le carte, e io gliela dovevo leggere. Poi smettevamo di leggere,
commentavamo e ricominciavamo daccapo.
PSICOLOGA (a LEI): Ha parlato di paura.
LEI: Aveva due diversi lati del carattere. Uno era luminoso, l'altro
oscuro. Uno sereno, l'altro depresso. Odiava le convenzioni. E la vigliaccheria.
FIGLIA: E le menzogne.
LEI: E la condiscendenza. Perché vede era un uomo profondamente
buono. Nella vita non gli piaceva mettersi in mostra. Fama e successo non contavano
nulla per lui. Quello che contava erano la lealtà verso gli altri e l'onestà
con se stesso.
FIGLIA: Io avevo bisogno di lui. Non avevo nessuno cui appoggiarmi. Ero
fuggita di casa. Mio padre era un ebreo timorato di Dio. A casa non potevo più
nemmeno fiatare. Me ne sono andata. E poi ho vissuto da sola. Completamente
sola. Lontana dalla mia famiglia. Lui sapeva parlarmi. Sapeva ascoltarmi e farmi
le domande giuste. Parlando con lui sembrava di essere, in quel momento, tutto
il suo universo, il centro del suo mondo. Poi un giorno decidemmo di andare
a vivere insieme. "Vorrei essere la tua casa" - mi disse. Era quello
di cui avevo bisogno.
LEI: Non fu facile. Ne' per me ne' per lui. Avevo appena ripreso i contatti
con mio padre e con i miei fratelli, e vivevo con un uomo che aveva il doppio
dei miei anni. E lui
FIGLIA: Lui se n'era andato di casa in contrasto con la sua famiglia,
soprattutto col padre, che lo riteneva un incapace.
PSICOLOGA: E vi siete trasferiti nello stesso appartamento?
FIGLIA: Sì, è quel che abbiamo fatto. Non avevamo niente.
L'appartamento era senza riscaldamento. Eravamo senza denaro, però
LEI: Eravamo felici. Io cucinavo e riassettavo la casa. Lui voleva essere
il capofamiglia. Era già molto ammalato - usciva ogni giorno. Prendeva
la borsa della spesa, la bottiglia del latte e si metteva in coda davanti al
negozio. Allora le code erano sempre molto lunghe, e non era facile riuscire
a comprare qualcosa. Si rattristava se tornava a casa a mani vuote. Ma quando
riusciva a comprare qualcosa era contento. Per me era come un padre. A lui andava
bene così. Mi amava come un uomo può amare una donna, e come un
padre ama la propria figlia.
FIGLIA: L'inflazione era allora alle stelle. Il prezzo delle patate saliva
vertiginosamente, di pari passo con le code che si formavano davanti ai negozi.
Ma tuo padre aspettava paziente
LEI: Disperazione, sgomento, giorni neri, apatia e miseria ovunque si
guardasse. E lui in coda. Questo lo distrusse. Ma non voleva sottrarsi ne' economicamente
ne' moralmente al nostro comune destino e alla responsabilità verso di
me. Non voleva darsi per vinto. Anche se nelle sue condizioni avrebbe avuto
bisogno di pasti abbondanti e nutrienti. Si dava volutamente dei limiti. E combatteva
ogni giorno con la desolante immagine di se stesso alla ricerca disperata di
un pezzo di pane.
FIGLIA: Tornato dalla spesa leggeva il giornale. Aveva molti interessi.
LEI: Non era pessimista. Pessimista è chi rinuncia. Lui lottava.
Sempre. Per me. Per noi. Quanto più si aggravava la sua malattia tanto
più forte era il suo attaccamento alla vita - anche se della vita aveva
paura. E' un paradosso, vero?
PSICOLOGA: No, non è un paradosso. Per altro la vita è
fatta di paradossi.
LEI: Tutto quello che faceva doveva essere perfetto. Io lo imparo. Lo
sto ancora imparando.
PSICOLOGA: Lei ora vive nel presente? O la sua vita si è fermata
con la sua morte?
La luce si abbassa.
LEI va a prendere un piatto che contiene alcune fette di pane. Lo mette sul tavolo. La FIGLIA dorme. LEI sveglia la FIGLIA.
LEI: Esco. La colazione
è sul tavolo. Mangia, per favore. Sei così dimagrita negli ultimi
tempi. Devi mangiare. Promettimi che mangerai qualcosa.
FIGLIA (ormai sveglia): Te lo prometto,
mamma. Non stai via molto, vero? Torni presto?
LEI: Sai, ho conosciuto un'anziana ebrea russa. Conosce molti canti.
Voglio parlare con lei. Forse butto giù qualcosa - e poi torno da te,
va bene? Sarò presto di ritorno.
FIGLIA: Va bene. Torna presto.
LEI
esce di casa.
FIGLIA
accende la radio.
Musica classica forse, magari Schubert.
Guarda con avversione la colazione. Prende in mano il piatto. Va con questo
alla finestra. Mette il pane sul davanzale.
Si veste.
Campanello.
Apre la porta.
PSICOLOGA: E' in casa
tua madre?
FIGLIA: No. E' appena andata a lavorare. La mamma scrive vecchi canti
in quella lingua
PSICOLOGA: Jiddish.
FIGLIA: Esatto.
PSICOLOGA: Posso entrare?
FIGLIA: Penso di sì. In fondo non è un'estranea. Lei è
già stata qui una volta.
PSICOLOGA: Stai sempre in casa?
FIGLIA: Sì. Sono malata. Sa. Non posso uscire. La mamma non si
fida.
PSICOLOGA: Mi parli di tuo padre?
FIGLIA: Il primo?
PSICOLOGA: Il secondo.
FIGLIA: Non ne so niente. La mamma non vuole che io parli di lui, ne'
ch'io chieda di lui. La zia Sara dice che è un brav'uomo.
PSICOLOGA: Ti piace la zia Sara?
FIGLIA: La mamma non vuole che io parli di lui, ne' ch'io chieda di lui.
PSICOLOGA: Perché?
FIGLIA: Perché la zia Sara mi vuole mettere contro di lei e contro
il babbo. Lei dice che la nostra casa è
una tomba.
PSICOLOGA: Tu cosa pensi?
FIGLIA: Io non so cosa pensare.
PSICOLOGA: C'è qualcosa che ti manca?
FIGLIA: Non so...
PSICOLOGA: Perché hai messo la colazione sulla finestra?
FIGLIA: Come fa a saperlo?
PSICOLOGA: L'ho visto mentre venivo qua.
FIGLIA: Non mi va di mangiare. Non ne ho voglia.
PSICOLOGA: Bisogna mangiare.
FIGLIA: Io non posso. La mamma mi costringe. Ma quando è via,
io non mangio.
PSICOLOGA: La mamma vuole solo il tuo bene.
FIGLIA: Lo so. Per questo mi forza, ma poi io vomito tutto.
PSICOLOGA: Come?
FIGLIA: Io vomito tutto. Perché ho qualcosa lì, vicino
al cuore, è lui - è morto da tanto, è in decomposizione
e io lo sputo fuori.
PSICOLOGA: Chi?
FIGLIA: Il babbo. E' morto, ma questo l'ho già detto.
PSICOLOGA: E la mamma lo sa?
FIGLIA: Cosa? Che vomito?
PSICOLOGA: Sì.
FIGLIA: Lo sa... E le dispiace. Ma io non posso fare altro. L'ho ingoiato
- e adesso lui è lì - e io non riesco mai liberarmene del tutto.
PSICOLOGA: Gli vuoi bene?
FIGLIA: A chi?
PSICOLOGA: Beh, al tuo primo padre - come lo chiami tu...
FIGLIA: Non è facile voler bene a qualcuno che non si è
mai conosciuto, non crede? Però lo conosco meglio di chiunque altro.
E' sempre presente nella mia vita. Per la mamma è un mito - che non le
voglio togliere. Lui è la sua vita. Tutta la sua vita.
PSICOLOGA: E tu?
FIGLIA: Credo di esserlo anch'io - ma solo nella misura in cui gli permetto
di esistere
solo nella misura in cui lei lo vede in me.
PSICOLOGA: Gli vuoi bene allora?
FIGLIA: E' difficile competere con un mito.
PSICOLOGA: Le tue parole sono sensate per la tua età...
FIGLIA: ... Età? Per la mamma è un modello, se io sono
sangue del suo sangue, ossa delle sue ossa, non mi è consentito essere
stupida.
PSICOLOGA: Ma tu non sei sangue del suo sangue...
FIGLIA: Non so più nemmeno io chi sono. Capisce? A volte è
come se la mia vita fosse un racconto, come se la mamma avesse fatto di me la
protagonista di un loro romanzo. Crede che la mamma mi faccia del male?
PSICOLOGA: Gli vuoi bene?
FIGLIA: Quand'ero piccola la mamma mi raccontava una bella storia, una
favola per bambini - su di lui. Perché vede, quando vivevano insieme,
là
PSICOLOGA: A Berlino.
FIGLIA: Lei sa molte cose. Come fa a saperlo?
PSICOLOGA: Lo so e basta. Non importa come.
FIGLIA: Quando vivevano là avevano problemi economici, non avevano
soldi. Capitava che la mamma cucinasse sulla fiamma di una candela
PSICOLOGA: Ci credi?
FIGLIA: A qualcosa bisogna credere. Un giorno incontrarono nel parco
una bambina in lacrime. Il babbo le chiese cosa le fosse capitato. "Ho
perso la mia bambola" - rispose la bambina. Allora il babbo le disse che
la bambola era partita per un viaggio. La bimba chiese: "Come fa a saperlo?".
"Perché mi ha scritto una lettera" - rispose lui. Allora gli
chiese se aveva la lettera con sé. Se gliela poteva mostrare. Lui promise
di portarle la lettera il giorno dopo. Il babbo tornò a casa e iniziò
a scrivere la lettera. La mamma ha raccontato che ci metteva lo stesso impegno
con cui scriveva i suoi racconti. Era per lui un lavoro vero e proprio. Non
voleva ingannare quella bambina, voleva solo, con la fantasia, rendere più
reale la finzione.
PSICOLOGA: Doveva essere un uomo straordinario.
FIGLIA: Non è tutto. La bambina non sapeva leggere, così
fu il babbo a leggerle la lettera della bambola. Diceva che si stava annoiando
a stare sempre nella stessa famiglia, e che cercava un po' di svago. Diceva
che voleva bene alla bambina, e che avrebbe scritto tutti i giorni.
PSICOLOGA: E lo fece?
FIGLIA: Lo fece. Per mezzo del babbo. Ogni giorno descriveva nuove avventure.
Dopo pochi giorni la bambina dimenticò di aver perso la bambola e iniziò
a credere alla finzione. La bambola divenne grande, andò a scuola, conobbe
altre persone. Durò circa tre settimane, poi il babbo decise che si sarebbe
sposata. Prima descrisse un ragazzo, descrisse il fidanzamento, i preparativi
per le nozze, poi, con molti particolari, la casa della coppia: "Lo sai
che ora non ci vedremo più". Risolse il problema della bambina col
suo talento e col suo amore
Riportò l'ordine nel mondo di quella
bambina.
PSICOLOGA: E nel tuo mondo?
FIGLIA: Nel mio? Lo sa meglio di me. Non mi ci raccapezzo.
PSICOLOGA: Gli vuoi bene?
FIGLIA: Io non avevo le bambole... Io avevo lui. Era sempre accanto a
me. Vicino come solo i morti possono esserlo.
PSICOLOGA: Per te è morto.
FIGLIA: Per me
Per me lui esiste perché è senza vita,
per il fatto che è morto
si alimenta della mamma, solo io l'ho
distrutto e gli ho tolto la vita. Solo io ho avuto il coraggio di divorarlo.
PSICOLOGA: Gli vuoi bene?
FIGLIA: Io? Io ho
paura di lui.
PSICOLOGA: Ma gli vuoi bene?
FIGLIA: Io non so voler bene. Sa che
che è morto di fame?
LEI distesa sul pavimento. Immobile. La FIGLIA inginocchiata accanto a LEI, folle di disperazione.
FIGLIA: E io pensavo che non mi avresti abbandonata ti avevo creduto. Anche quando non potevi mangiare - dicevo a me stessa: guarirà, perché vuole vivere per me, e quando non potevi parlare e scrivevi su dei foglietti di metterti la mano sulla fronte per farti coraggio - dicevo: ce la farà, è forte. Non mi lascerà così. Si vedeva che invidiavi i fiori, che potevano bere Non potevo aiutarti. Volevo, ma non potevo. Avrei voluto essere al tuo posto in quel processo. Ero io che aspettavo la sentenza. Per buttarmi. Volevo proteggerti, coprirti col mio corpo quando ti portavamo in sanatorio su un'auto scoperta. Era così freddo. Diluviava. Tirava un vento molto forte. Temevo che il viaggio potesse ucciderti. Allora mi alzai in piedi nell'auto e cercai di coprire il tuo corpo col mio. La macchina correva, tu eri semincosciente, intirizzito, e io in piedi cercavo di trattenere la pioggia su di me. Ero sicura di riuscire a salvarti, caro. E poi i dolori divennero sempre più forti. I medici li alleviavano col pantopon e la morfina. Nemmeno quando ti facevano le iniezioni in gola ho perso la speranza che tu potessi guarire. Ma poi una notte ho visto fuori dalla finestra una civetta, l'uccello della morte. L'ho vista anche il giorno dopo. E quello dopo ancora. Ricordi che ci bagnavamo le mani nel catino? Lo chiamavo il nostro bagno di famiglia. Quando il professore disse che vedeva un miglioramento della laringe tu ti mettesti a piangere, e io ricominciai a credere con tutte le mie forze che ce l'avresti fatta. Mi ricordo quel martedì come fosse oggi. E' allora che sono morta. Poi ti trasportarono dentro una bara, sigillata come una scatola di conserva. Ero come morta, ma continuavo a sentire le tue parole - quelle che avevi detto al dottore: "Uccidetemi, altrimenti siete un assassino". Ma lui non poteva farlo. Vedendoti lì disteso urlai che ti coprissero, perché hai freddo, si gela lì Non avrei dovuto lasciarti in quel buio. Poi non ricordo più niente. Dicono che mi sono gettata sulla bara, che volevo scendere nella fossa. Non ricordo niente. Niente. Da quel momento in poi non ricordo più niente. Sono morta.
Si spengono le luci.
Voci alla radio.
PSICOLOGA: Aveva per
gli esseri umani l'interesse dello scienziato. Erano per lui oggetti di studio,
mezzi per approfondire le sue conoscenze. Eseguiva un'autopsia - distaccato,
freddo, con mano sicura. Si esercitava sulle persone, e scrivere era un modo
per selezionare e sistemare il suo materiale. Visto sotto quest'aspetto il suo
lavoro letterario è una vera e propria opera di dissezione.
GIORNALISTA: Per questo motivo non poteva lasciare la sua opera in quello
stato. Non era riuscito a portare a termine le ricerche che aveva intrapreso
per trovare risposta alle domande che lui stesso si era posto. Il cui scopo
principale era far luce sul mondo, nella sua eterna forma immutabile.
PSICOLOGA: Non si può presentare a conclusione del proprio lavoro
un cadavere steso nudo sul tavolo autoptico, con le viscere squarciate. Non
lo si può portare come risultato delle proprie ricerche. Non potendole
completare meglio che non vedessero affatto la luce. Meglio non avere testimoni.
E' già abbastanza penoso dover portare su di sé come un macigno
per tutta la vita il peso della propria insicurezza.
(Musica di Glenn Miller)
GIORNALISTA: Ieri sera è stato ritrovato in una casa di periferia il cadavere di una donna di cinquant'anni. La polizia chiamata dai vicini ha dovuto forzare la porta. Il cadavere era già in via di decomposizione. Dai primi indizi sembra che si sia lasciata morire di fame. I vicini dicono che soffrisse di schizofrenia. Viveva sola da trent'anni.
Varsavia, Aprile 2003
© 2003 Remigiusz Grzela
2005 traduzione di Elisabetta Bertozzi