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Kafka: vita e opere --la Praga di Kafka - autori praghesi ed ebraici -- percorsi letterari

 

HERTA MÜLLER

BASSURE

I David Editori Riuniti, 1987

trad. di Fabrizio Rondolino

 

 

Il titolo italiano "Bassure", forse inevitabile, suona un po' modesto e incolore per il contenuto del presente libretto, tutt'altro che modesto o privo di pretese, non più ristampato da diversi anni: è una raccolta di racconti opera prima della scrittrice rumeno-tedesca Herta Müller pubblicata in Romania nel 1982 e in seguito a Berlino nel 1984, e qui tradotta da Fabrizio Rondolino per gli Editori Riuniti nel 1987. Ottimamente tradotta - lavoro non facile data la raffinatezza linguistica e simbolica del testo.

 

Il titolo italiano allude, come il tedesco "Niederungen", alle "bassezze" della vita, a tutto ciò che vi è di infimo e misero, ma traduce anche il secondo significato tedesco, "bassopiani". Sembra essere questo in effetti il significato vero del titolo. Il critico Norbert Otto Eke lo spiega come citazione del poeta della Germania Est Johannes Bobrowski: "Wir, die wir in den Niederungen leben, wir verstehen den Tod, denn er ist uns nicht fremd, weil wir zusammen mit ihm aufgewachsen sind" [1] (noi che viviamo nei bassopiani comprendiamo la morte, poiché non ci è estranea, essendo cresciuti con essa). La parola che dà il titolo al libro ha valore metaforico e doppio significato con riferimento esistenziale.

 

La morte è presente già nel primo racconto, quell' "Orazione funebre" giustamente posto in apertura, perché il tema della morte torna a più riprese, come un tetro refrain, tra le righe e in modo del tutto esplicito. E' la morte che permea la vita, il sottofondo di azioni e pensieri solo apparentemente normali e consueti di chi non può più vivere nell'oppressione e nella miseria, privo di sbocchi e di scopi. Ne scopriamo il motivo nel corso della lettura - lettura, va detto, estremamente piacevole nonostante i temi trattati, poiché si avvale di ironia e di distacco, di disincantata ma tenera osservazione naturalistica e di mirabile tecnica stilistica.

E' la vita nella piccola comunità di madre lingua tedesca del Banato Svevo (Romania), su cui pesano due maledizioni: la condizione di minoranza appunto, in cui pericolosamente si isola nell'ostinata conservazione di riti e abitudini ormai fuori del tempo col conseguente ovvio venir meno di fecondi apporti dall'esterno, e la dittatura di Ceausescu, sorte che essa condivide col resto del paese.

 

Quando Herta Müller pubblicò questi racconti aveva 29 anni. Ad essi fecero seguito altre opere letterarie che le hanno dato notorietà. Cosa cui ha senz'altro contribuito l'esilio volontario (o forse dovremmo parlare di fuga) del 1987 nella Germania Ovest, dove ora risiede.
Iniziò così, con questi racconti in cui ancora si ritrova lo sguardo della bambina, e i suoi ricordi: i giochi con gli animali, col granoturco, l'insetto dentro l'orecchio…

 

Con la tecnica narrativa che le è peculiare, e che ha sempre più perfezionato nel corso del tempo, l'autrice scompone i fatti e le azioni, staccandoli e fissandoli ripetitivamente sulla pagina, ma scompone anche l'essenza del reale, attribuendo agli oggetti ed alla natura elementi e funzioni fantastici, cosicché essi assumono sulla pagina valore metaforico - ed un forte rimando ad un'immagine altra.

 

Le complesse e pregnanti metafore delle sue opere successive si rivelano grazie a questi racconti non essere altro alla loro origine che lo sguardo della bambina, che nei semplici giochi dell'infanzia trasforma la polvere di mattoni in peperoncino piccante, le foglie di granoturco nei capelli di una bambola, e così via. Questo sguardo infantile è la base, forse l'ispirazione, della sua scrittura: darà luogo, in anni successivi, allo stravolgimento dei significati ed alla focalizzazione e denuncia, puramente letteraria ma non per questo meno intensa e sentita, delle crudeltà della vita. Lo sguardo infantile è uno sguardo metaforico, di cui Herta Müller si serve per prendere le distanze dalle cose e ricollocare se stessa in altra posizione esistenziale rispetto al mondo circostante. La fantasia creatrice e potenzialmente giocosa però troppo spesso si scontra col grigiore, col vuoto, la solitudine e l'arretratezza di quel mondo, col dolore e la morte.

Il primo racconto rievoca il funerale del padre (quasi a porre quest'episodio come momento saliente da cui essa ha iniziato a prendere le distanze dal suo ambiente) nella cui morte si sintetizzano tre elementi, drammatici per la sua vita e fondamentali per la sua narrativa: il distacco dagli avi e dalla tradizione, il rifiuto delle colpe del padre, ex SS, la critica alla comunità tedesca del Banato - dalla cui chiusura e arretratezza gliene derivavano angoscia e senso di morte.
La sepoltura del padre evidenzia anche la sua mancanza di radici: quel funerale, normalmente momento elogiativo del defunto, diventa per lei fonte di vergogna e di angoscia. Ciò è anche parziale spiegazione di come l'innocente giocosa fantasia infantile si trasformi: i cani, i campi, i corvi, i gatti, ma anche gli elementi della natura assumono connotazioni sinistre. Così gli occhi del cane esprimono paura, così "le foglie raggrinzite volano per l'aria come funghi invisibili"e
"gli alberi da frutta si ammalano". E il dolore, sia fisico che morale, si insinua in lei:"avevo paura di non essere più viva per il grande dolore, e contemporaneamente sapevo di essere viva perché sentivo ancora il dolore. Avevo paura che da queste ginocchia lacerate la morte entrasse in me…".

Nei quadri di vita che l'autrice tratteggia la potenza delle immagini, che vanno ben oltre una mera ritrattistica, oltrepassano i limiti della cronaca di paese cui questa narrativa potrebbe venire ascritta, e ci danno il senso di una natura ingovernata e ingovernabile da parte dell'uomo, fattasi sinistra autonoma presenza in cui è l'uomo che invece soggiace passivamente alla malattia e alla morte, alla rassegnazione e al fatalismo, vittima talora dei propri stessi sogni. Così tutto assume un aspetto minaccioso, anche le verdure e le erbe: "l'insalata cresceva rosso scura e ruvida e frusciava nei sentieri come carta. E le patate erano verdi e amare sotto la buccia e avevano occhi sprofondati nella carne".

I suoi giochi hanno perso l'innocenza dell'infanzia, e le sue labbra pronunciano nel gioco parole che non vorremmo udire da bocca infantile, a testimonianza di quanto vi è di squallido e triste nel suo mondo: "io lo insulto perché è ubriaco, perché in casa non ci sono soldi, perché la mucca non ha da mangiare, dico a Wendel fannullone e porco e vagabondo e ubriacone e buono a nulla e inetto e puttaniere e canaglia".
Ma accanto a ciò vi sono la distanza che consente l'osservazione e la critica, una vena ironica ("Mamma, papà e il piccolo"), nonché accenni di satira politica ("Cronaca di paese"), che ancor più testimoniano l'acutezza dello sguardo e del pensiero dell'autrice.
Nel mirabile gioco delle metafore e delle immagini, mentre "dietro la casa balbetta il ruscello", "il ciottolo incalza, le pietre premono" e "dietro la finestra nera svolazza una foglia rotonda", chiudiamo il libro e lasciamo l'affascinante gioco dei rimandi metaforici di questa piccola (ma solo per numero di pagine) mirabile opera, nella convinzione che si tratti di un libro perfetto, un capolavoro in miniatura che meriterebbe di venire ripubblicato e riletto.


[1] Norbert Otto Eke, Überall wo man den Tod gesehen hat, in: Die erfundene Wahrnehmung. Annährung an Herta Müller, p.80, Paderborn, Igel Verlag Wissenschaft, 1991

 

 

 

Nel Sito
sull'autrice: brevi note biografiche
+
nella sezione temi e percorsi letterari un ampliamento sul tema: morte e letteratura

 

 

 

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