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E'
stata recentemente pubblicata da Garzanti la consistente autobiografia
in forma di romanzo dello scrittore austriaco Peter
Handke dal titolo "Il
mio anno nella baia di nessuno". E' una biografia
estetico-esistenziale, come si conviene ad un autore che si dedica
solo allo scrivere, che narra i fatti di una vita strettamente intrecciata
all'esercizio letterario, del quale quasi esclusivamente si nutre.
Sintesi dei motivi della sua opera, ad essa può introdurre aprendo un varco nel complesso mondo di questo autore, tanto letto e tradotto da aver potuto costruire una fortuna dalla vendita dei suoi libri, e che era partito nelle sue prime opere (del 1966 è "Insulti al pubblico", del 1967 "Kaspar", due pezzi teatrali, il 1968 è invece l'anno della clamorosa pubblicazione de "I Calabroni", il suo primo romanzo), da posizioni di avanguardia, "riviste" poi in epoche successive, al punto da arrivare a suscitare ultimamente in alcuni il sospetto di essere diventato ormai un autore puramente commerciale. Evoluzione comunque interessante, dati gli innumerevoli motivi degni di nota che la sua opera contiene.
Poco più che cinquantenne
la sua fortuna è consistita nell'aver saputo interpretare e tradurre
nel corso della sua produzione letteraria gli interessi, le utopie e le problematiche
di una generazione e trasporre nella scrittura, o meglio, in una nuova
e originale concezione narrativa, il proprio mondo interiore.
Da queste pagine si evince come lo scrivere gli offra la possibilità
e l'occasione di mettersi in sintonia col mondo, in una continua interazione
di emozioni, percezioni ed immagini concrete ed essenziali e grazie ad
un uso del linguaggio in cui esso tende
a materializzarsi: "Quando potevo
ancora leggere osservavo i singoli vocaboli finché li vedevo in pietra
o su corteccia - solo, i vocaboli dovevano essere adeguati allo scopo".
La scelta di vivere all'estero (prima a Parigi poi nella "baia" appunto, in realtà uno dei sobborghi occidentali di Parigi, "incuneato come una baia tra i boschi") fu dovuta anch'essa alla sua attività di scrittore: in Austria l'eccessivo coinvolgimento emotivo con cose e persone gli toglieva la distanza necessaria a scrivere, quella particolare distanza da tutto che è così tipica dei soggiorni all'estero, quando la stessa estraneità alla lingua ci trasmette una percezione ovattata e discreta, che è condizione ideale alla produzione artistica. La necessità di un'oggettivazione e razionalizzazione della parola torna ricorrentemente e sembra corrispondere ad una necessità interiore di distacco ed equilibrio.
Anche perché egli è l'uomo staccato dalle sue origini e dalle sue radici, girovago nel mondo e sempre alla ricerca di un luogo in cui l'abitare non sia un semplice risiedere e coltivare abitudini, ma un continuo attingere a nuovi stimoli e spunti. Uno "sradicato" quindi che coltiva le proprie radici individuali nel rapporto con l'ambiente e la propria interiorità.
In lui è presente
il rifiuto della tradizione e del mito,
nella vita come nella letteratura (anche se talora ad esso si richiama: "E
la scrittura non era un'invenzione che fino al giorno d'oggi aveva custodito
la forza del mistero?"), a cui ritiene che vada sostituita una cronaca
basata su elementi concreti e, perché
no, pratici.
I suoi libri, pur presentando occasionalmente il difetto della ripetitività
e di un'eccessiva "lentezza" narrativa, peraltro in gran parte voluta, riscattano
completamente questa pecca in pagine che avvincono nella pura e scarna crudezza
della struttura descrittiva.
La copiosità delle immagini del mondo, filtrate attraverso l'occhio interiore, è tale da coinvolgere l'attenzione del lettore che passa impercettibilmente dall'una all'altra rincorrendole fin quasi a perdersi nel loro intrico. Mai lasciate però ad un puro fluire fantastico, ma assoggettate ad una "disciplina" intellettuale che ha il suo fulcro nella parola. La "nudità" delle parole di Handke raggiunge lo scopo di fissare gli oggetti nella loro singolarità, di staccarli dallo sfondo, di imporli con forza alla nostra attenzione.
E' stupefacente la sua capacità
di meraviglia di fronte alla natura colta anche nei suoi aspetti più
crudi e concreti: di essa coglie, anzi studia, le forme, i colori, le mutazioni,
i singoli particolari (una radice, un sasso, un ramo, la sabbia...), narrandoli
con una tendenza descrittiva "minimalista", quasi scomponendoli e cogliendoli
come sequenze cinematografiche, ma per farli rivivere e renderli più
palpabili e reali di quanto possano i nostri sensi abitudinari e distratti.
In tutto ciò uno dei suoi meriti è senz'altro quello di avere
de-romanticizzato il paesaggio e
la vita narrata senza annullarne, anzi potenziandone, l'eco
emozionale in chi legge. La sua scrittura
è al tempo stesso una riflessione su di sé ed una scoperta del
mondo, che gli permette di riscattare il senso di estraneità così
spesso provato nei confronti dell'ambiente circostante.
Anche la sua ricerca di un luogo in cui vivere, che lo fece approdare nella
baia, fu la ricerca di un luogo fisico e geografico, in cui le sue percezioni
fossero in armonia con l'esterno, come non gli era mai capitato né in
Austria né in Germania, tanto meno nelle metropoli fino ad allora visitate.
Dal "partecipare" al mondo attraverso l'osservazione più attenta scaturisce
la sua scrittura, una scrittura che dalla solitudine e dal silenzio genera se
stessa, le proprie immagini e le proprie forme, e che del silenzio ha bisogno
per esistere, dato che nasce dall'esperienza interiore del mondo, in cui questo
si fonde con le emozioni dell'uomo.
Il suo bisogno di
solitudine è tale che egli
tende a spezzare i legami dei rapporti personali, primo fra tutti quello con
la moglie, caratterizzato da frequenti separazioni successivamente ricomposte,
mentre il rapporto con gli amici lontani è cementato dal comune interesse
per i viaggi e dalla convissuta attitudine narrativa.
In questo libro egli rifà la storia delle sue vicissitudini e di come
queste abbiano influito sulla sua attività di scrittore o, sarebbe meglio
dire, di come la sua attività di scrittore abbia condizionato la sua
vita, il tutto però eccessivamente prolisso ed autocompiaciuto.
Le pagine migliori restano quelle in cui rivive lo Handke delle opere principali, in cui si esplica il suo particolare talento nel descrivere le cose e nel sollecitare in noi una partecipazione sgombra da ogni sentimentalismo.
Elisabetta Bertozzi, Gazzetta di Parma, 18-2-97
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