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Al
filone caratteristico della narrativa di Guido Conti
va ascritto anche il suo ultimo lavoro, la raccolta di racconti "Un
medico all'Opera", uscito lo scorso maggio per Guanda.
I luoghi della narrazione sono, come nei libri precedenti, quelli della Bassa
padana tra Parma e il Po - se si escludono due racconti che hanno come sfondo
Roma e Vigevano - con qualche 'incursione' nella vita cittadina. E' infatti
quella di Conti una letteratura strettamente legata al territorio, un esempio
di scrittura 'di provincia' in cui l'elemento locale, anziché costituire
un limite, getta lo sguardo sul mondo dell'uomo, sui particolari, mai banali,
del suo quotidiano, supportata da una galleria di personaggi strampalati e originali,
sempre fortemente caratterizzati. 'Tipi' caratteristici delle consuetudini e
della tradizione locali, e probabilmente tratti da persone reali, dato che Conti
dichiara che le sue storie attingono direttamente alla realtà - poiché
la realtà, aggiungiamo noi, normalmente supera ogni immaginazione.
Le storie di Conti, ambientate nel mondo contadino o in un recente passato, ci danno il sapore di un tempo a noi non troppo lontano, che rischia di venire obliato o rimosso dai ritmi della modernità e che a maggior ragione val la pena far rivivere e conservare nella memoria.
Si tratta di episodi arguti, divertiti e divertenti, ironici e lievi anche nel descrivere il surreale e l'orrido che non è estraneo alla vita, espressione di umori primordiali, d'irrazionale vitalismo, talvolta di vera e propria brutalità.
Così vi è l'odio tra fratelli, la storia teneramente piccante di una prostituta nana cui per la seconda volta è morto un cliente nel letto, l'uomo ossessionato dalle formiche, un gruppo di giovani che va girovagando la notte per la campagna, infine - nel racconto che dà il nome alla raccolta - la storia di un vecchio medico, quasi un'istituzione cittadina, che ha assistito i cantanti del Teatro Regio ed è stato testimone (e che racconta) di tanti episodi divertenti e curiosi.
Come in tutta la letteratura che si richiama a ciò che vi è di primordiale nell'uomo i quadri di vita che i personaggi di Conti presentano è a tutto tondo e abbracciano ogni aspetto dell'esistenza - la nascita e la morte, l'amore e l'odio, la miseria e la piccolezza umana - in stretto rapporto con l'ambiente circostante, umano ma anche geografico - in primo piano la terra, il cielo, il fiume.
Suona come
un richiamo a non perdere il contatto con le proprie radici, e i luoghi
e gli eventi descritti sono senz'altro luoghi dell'anima e della memoria. In
questo emerge la centralità della natura e del
paesaggio, protagonisti e comprimari. Un naturalismo tutt'altro che
idilliaco: la campagna e la nebbia padane, l'alternarsi delle stagioni e, soprattutto,
la presenza - mitica - del grande fiume, il Po, segnano e talora determinano,
il destino degli uomini. La furia della piena che tutto travolge è l'aspetto
speculare del fiume che con le sue acque consente i raccolti: benevolo o malevolo
esso è artefice dei destini di chi vive sulle sue sponde, spartiacque
tra la vita e la morte, segno del destino.
Così può accadere che chi non si era voluto opporre alla sua furia
e non aveva cercato la salvezza a tutti i costi si trovi colto di sorpresa da
una salvezza casuale e fortuita, e attonito per la consapevolezza del pericolo
scampato: "Si ritrovò solo in quel cimitero grigio del fiume,
senza pensieri; guardò la sua casa lontano e cominciò a muovere
nervosamente le dita delle mani, mentre il sole che compariva dietro le nuvole
era opaco e freddo, senza luce" ("La
piena").
L'autore sa
dare dignità letteraria agli elementi della natura, nel momento in cui
essa viene assunta a sostegno dell'esposizione narrativa, in cui i suoi colori,
i suoi riflessi, i particolari o l'immobilità delle cose accompagnano
le emozioni e i pensieri degli uomini. Il
"cielo perlaceo" e il sole "freddo e bianco"
ci parlano dello stupore dell'uomo di fronte alla forza dirompente e selvaggia
del fiume, e le descrizioni paesaggistiche assumono col loro dettagliato realismo
valenza metaforica e centralità narrativa.
Il senso della natura presente in questi racconti è una percezione aspra
e arcigna, talora crudele, surreale, densa di quell'ironia della vita che è
consapevolezza del potenziale negativo che essa ha in sé, il cui senso
e la cui 'morale', che restano sfuggenti e incomprensibili, possono soltanto
risolversi nella loro pura e semplice constatazione e descrizione. Per questo
(forse) l'autore non interviene e non commenta, limitandosi a osservare e raccontare.
| Nel sito | recensione del romanzo di Guido Conti "I cieli di vetro" |
© 2003-2004 Elisabetta Bertozzi - tutti i diritti riservati